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IL LEGGIO PER RITOCCO

Oggi i fotografi, dilettanti e professionisti, utilizzano dei software di post produzione per migliorare le proprie immagini: correggere errori, modificare lineamenti, colori, inserire effetti particolari e così via.
Un tempo tutto ciò era affidato all’abile mano del fotografo o del ritoccatore professionista.
Il materiale del ritoccatore era molto semplice: occorreva, innanzitutto, un. apparecchio speciale a forma di Z con gli angoli legati da cerniere. Nella base si trovava uno specchio, o meglio un foglio di carta bianca, che rifletteva la luce sopra una lastra smerigliata posta sulla parte del telaio inclinato. La parte superiore serviva per intercettare la luce esterna e lasciar vedere per trasparenza la prova.
La negativa da ritoccarsi veniva appoggiata sulla lastra smerigliata che riceveva la luce dal foglio di carta bianca, ed una astina traversale di legno permetteva alla mano dell'operatore di ritoccare la negativa senza sporcarla con la mano, dandogli in pari tempo un punto di appoggio. Il telaio  doveva  essere posizionato presso una finestra ma in modo che il sole non vi battesse direttamente.
Occorrevano, poi: diversi lapis di buona qualità e di diversi numeri che si appuntivano sopra una limetta o sopra fina carta smerigliata; alcuni pennellini di martora finissima e di buona qualità, un bastoncino di buon inchiostro di China che si scioglieva nell'acqua zuccherata; degli sfumini di diverse dimensioni e forze; della piombaggine finissima; ed infine una buona lente acromatica convergente, di diametro abbastanza grande per poter comodamente e senza fatica, vedere i difetti della prova.
Il lavoro, in caso di ritratti, doveva cominciare dalla testa e venir giù fino alle mani, e tale progressione doveva essere rispettata anche nella intensità del ritocco.
I forellini, le macchie del fondo si chiudevano e si eguagliavano col pennellino intinto nell'inchiostro di 'China, o con lo sfumino coperto di piombaggine. La fronte del soggetto doveva presentare una superficie liscia coi suoi giuochi di luce, e dovevano essere eliminate le rughe o le vene, in quanto non costituivano una caratteristica speciale della fisonomia. I pomelli delle gote, gli zigomi, dovevano essere addolciti con tratti serrati o circolari; la parte più difficile, le guancie dovevano essere trattate con molta cura e precauzione, per non sformare la faccia e falsarne le ombre con tratti troppo duri.
L'orecchio doveva esser poco ritoccato, perciò già per sè stesso molto delicato ed elegante. Le rughe che si trovano al di sotto della fronte, al principio del naso, dovevano essere raddolcite, specialmente nelle signore.
Le alette del naso, si trattavano con segni longitudinali finissimi. Il lobo del naso veniva segnato con un semplice punto, mentre il dosso si rinforzava con tratti diritti nel senso della lunghezza.
Un tocco di lapis dava una forma graziosa al labbro superiore, faceva sparire le screpolature del labbro inferiore, segnava la separazione delle due labbra, e ravviva lo splendore dei denti, se la bocca era un po' aperta o sorridente.
Con tratti sottili, si toglieva l'incavo che dal naso scende sulla guancia e che dimostra l'abito del riso nel soggetto; si fondevano le linee che costituivano il doppio mento e quelle di fianco all'occhio, sulle tempie, che comunemente si dicono zampe d'oca..
Con semplici punti, si ravviva l'occhio senza mai bucarne la pupilla, contentandosi, tutt'al più, di segnarne in tondo il contorno con una linea finissima; si rendeva meno marcato il pomo di Adamo.
Con segni più forti, graduali e serrati, si fondevano le ombre e le pieghe del collo, della fossetta relativa, dei muscoli, ecc. ; si arrotondavano le braccia, si correggevano i difetti delle mani, si intonavano le ombre dei vestiti, ecc.
Si comprende come da questi semplici cenni, il ritocco era un’arte assai difficile, e che si prestava ad esagerazioni le quali potevano falsare la rassomiglianza, non solo, .ma anche la verità anatomica del soggetto.

 
 
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